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 Il vino Pecorino

 

 

 

Origini incerte, quelle del Pecorino, fluttuanti tra storia e leggenda, che lo collocano prima a Loro Piceno, in provincia di Macerata (sebbene l'areale di origine accertato siano i dintorni di Visso), poi a Grisciano, nei pressi di Arquata del Tronto, zona pedemontana di confine tra Marche e Lazio, che ben si addice(va) a viti franche di piede, oggetto di attenzione più da parte delle pecore - da cui, forse, il nome - che dei contadini. Questo vitigno, diffuso in tutta la regione prima della fillossera, nel corso del Novecento è stato gradualmente abbandonato per lasciare spazio a varietà come Trebbiano e Passerina, maggiormente produttive e rispondenti ad un valore più alimentare che edonistico.

Il pecorino fa parte del patrimonio ampelografico del Piceno Aprutino. Vitigno di qualità, poco produttivo, era stato soppiantato da qualità più prodighe. Il suo recupero risale all’ultimo decennio.

"Venti anni dopo, memoria di un incontro a dir poco esaltante. In quel di Loro Piceno, piccolo centro pedemontano del Maceratese, seduto su una panca al tavolo di un mio allievo, con pane e formaggio, arriva una brocca di vino. Non era limpido e il grezzo vetro del bicchiere rattristava la vivacità che potevi appena leggere guardandolo da sopra.
Incuriosito chiesi: "Lo fate qui? come si chiama? da dove viene?" Intanto stimoli odorosi evolvono dal rossiccio boccale di terracotta, sudato. Il colore un po’ ossidato sì, ma di uva ben matura, pigiata sulla "canala" senza fretta, che ha sostato con bucce e vinaccioli prima di entrare come mosto nel tino. Il profumo abbastanza intenso, fine, molto persistente, ricorda frutta gialla matura, confettura, miele e qualcosa che non riesco a interpretare. Indugio per meglio capire. Una infinità di molecole odorigene trattenute dai chemiorecettori annidati nel percorso aereo diretto stimolano lungamente l’olfatto. In bocca si sentono percezioni saporifiche dell’acidità, pseudocalore, delicatissimo amaro. Appena deglutisco la rinofaringe apre l’uscita della corrente aerea in espirazione, le fragranze del vino accentuate colmano l’olfatto a lungo. Sento pseudofreschezza nella cavità orale, pseudocalore nel tubo digerente. Il messaggio è continuo, lento e diluisce. Questo accadde. Rimembranza viva.
Caro Albiani, giovane amico, dimmi di questo vino. "E’ lu Pecuri", noi lo coltiviamo insieme a lu "pisciacurtu". Le viti sono sulle alberate qui fuori.

Fu così che riprese con diapositive il ciclo produttivo dall’apparire delle gemme ai frutticini, all’invaiatura fino alla maturazione e un giorno me le portò nella sala dei ritratti nel Municipio di Fermo nel bel mezzo di una conferenza, poi sparì. Non l’ho più visto, era andato con i più.

Questo piccolo materiale era prezioso. Speravo nel l’attenzione di qualche viticoltore. Ce ne volle, passò tanto tempo, poi qualcuno si fermò a pensare.
Arrivò un ampelografo, arrivò un chimico specializzato in enologia, furono trovati altri esemplari sulle prode di Trisungo, sani, esenti da virosi. Ricerca, esami, sperimentazioni, prove, verifiche, tutto confermava il ritrovamento di un vitigno italico posseduto nei secoli
dell’Aprutino. A Rauscedo lo moltiplicano.

Oggi sono a dimora decine e decine di migliaia di ceppi. La popolazione cresce. Caro Albiani, il nostro casuale incontro, la tua generosa attenzione, la mia ostinata speranza, la fiducia del viticoltore di contrada Messieri in Ripa Trans Axonem, ancor più la sagacia e la tecnica degli autori (Giancarlo Moretti dell’Istituto Sperimentale per la viticoltura di Conegliano Veneto e Leonardo Seghetti dell’Istituto agrario di Ascoli Piceno) hanno rimesso un disperso nel patrimonio ampelografico piceno aprutino. Una moltitudine di nomi e sinonimi ne hanno complicato la catalogazione, ma andando a rovistare nella storia si scopre che era conosciuto e diffuso in questi luoghi, da Trinci (1759) , da Acerbi (1825), da de Bosis (1875), da Goethe (1876), da Rovasenda (1877).
Era un vitigno di qualità, poco produttivo. Nei reimpianti postfillosserici si ricorse a varietà più prodighe: l’uva si pagava a peso. Così, allontanato dalle varietà più produttive non ne restava neanche il ricordo.
Nella scheda tecnica tracciata dagli autori si descrive portamento eretto, apice aperto, verde chiaro, bronzato. Grappolo compatto, cilindrico, medio, un’ala, bacca gialla, sferica, medio piccola. Polpa di gusto semplice. Foglia piccola orbicolare intera, seno peziolare a lira chiusa, glabra inferiormente. Germoglia a metà aprile matura a metà settembre. Resiste ai freddi primaverili, resiste alle fisiopatie. Preferisce climatopedologia fresca, base argillosa, poco fertile. Le caratteristiche qualitative sono notevoli: potenziale zuccherino elevato, sostenuta acidità tartarica, patrimonio odorigeno rilevante, ottima base spumante.
A ridosso dei monti Sibillini dove lo trovai, pur presentando contenuto vigore e produzione modesta maturava grappoli ricchi di zucchero e di acidità.
Organoletticamente all’esame sensoriale il vino è di colore paglierino molto vivace, a volte con sfumature verdi che volgono al dorato. Il profumo è abbastanza intenso, molto persistente, ripropone amplificati e lunghissimi gli stimoli odorigeni diretti. Notevole pseudofreschezza nella cavità orale e pseudocalore nell’esofago. Ha buona detergenza e un delicatissimo amaro postgustativo.

La storia moderna del pecorino inizia quel giorno postvendemmiale, un meriggio sulle alture di Loro Piceno. I contributi scientifici di G. Moretti (1990), G. Moretti (1992), G. Moretti & L. Seghetti (1994-1995), L. Seghetti (1995), Polidori (1997), le numerose note divulgative dell’ente sviluppo agricolo nelle Marche a partire dal 1994 garantiscono tipicità e grande carattere.
Il patrimonio viticolo del nostro paese, irripetibile, ricchissimo, con oltre duemila varietà viticole, unico su tutto il pianeta, offre un’altra gemma. (Teodoro Bugari)

(Fonte: Convegno “In Abruzzo, dopo il Montepulciano…il Pecorino” – 01/04/2005 presso l’Enoteca Regionale di Ortona)